BarcampTurin/3
Scrivo questo post con un ritardo che se non fosse veramente colpevole potrebbe anche passare per snob. Il 2 di dicembre è passato da un bel po’, post ne sono stati scritti parecchi e più o meno tutti, nonostante un giudizio generalmente positivo, hanno espresso quantomeno delle perplessità sulla formula. Se una parola d’ordine infatti c’è stata in questo BarCamp questa parola è stata interstizi.
In molti hanno notato che i momenti migliori sono stati quelli fra i talk o fuori dai talk, in cui si riusciva a parlare veramente di cose che in quel particolare momento interessavano realmente i presenti. In un’ottica di unconference ho trovato infatti molto limitante e fastidioso avere una scaletta di interventi da rispettare (molto conference). È infatti successo più di una volta di dover interrompere una discussione veramente interessante sul più bello per dover passare forzatamente al successivo intervento. È successo anche che alcune conversazioni post-talk evolvessero su temi altri rispetto a quelli della presentazione e che il relatore riportasse di peso la discussione on-topic, ma questo credo sia più un problema di stile del relatore di turno. È stato il mio primo BarCamp e quindi non ho termini di paragone, quello che posso senza dubbio dire è che gli organizzatori hanno fatto un ottimo lavoro sia dal punto di vista location (tre sale non sono il massimo ma più di 200 iscritti avrebbero fatto vacillare anche dei professionisti) che catering (quanto era buono quel dolcino bianco alla vaniglia?). I campers sono stati geniali, amabili, simpatici, antipatici, sbruffoni, adorabili, pieni di sé, insomma si sono dimostrate persone qualunque al di là di quello che dice la gente “normale”. Gli interventi sono stati tanti, troppi per essere seguiti da una persona sola in un giorno solo e la sensazione diffusa è stata quella di essere spesso al posto sbagliato nel momento sbagliato. Blogopalla d’oro per il miglior intervento della giornata - a mio parere - a Marco Schwarz per il suo talk “Produttori/esperti di software libero: la medicina ha bisogno di voi”, per conto mio la summa di tutto quello che vorrei fare e vorrei sentire: applicazioni software pensate dalla comunità per la comunità in ambiti veramente determinanti per la qualità della vita di tutte le persone. Peccato essere stati in pochi ad ascoltarlo (erano appena scappati dopo il talk mio e di Andrea…) perchè il tema affrontato interessava decisamente tutti.
Ma facciamo un passo indietro, vorrei spendere ancora due parole sul concetto di unconference. Cos’è? Come dovrebbe essere organizzata? Io non lo so, non vi ho mai partecipato quindi vado a braccio. Partiamo dalla definizione di wikipedia:
An unconference is a conference where the content of the sessions is driven and created by the participants, generally day-by-day during the course of the event, rather than by a single organizer, or small group of organizers, in advance.
Ecco, se partiamo da questa definizione proprio non ci siamo. Sarò ripetitivo ma l’uso di powerpoint (o simili), la disposizione uno-a-molti e i commenti principalmente confinati a fine talk fanno troppo, troppo ma troppo conference tradizionale. Inoltre il fatto che per sua natura il BarCamp non abbia un filo conduttore trasforma l’evento in una replica gigante dello Speakers’ Corner di Hyde Park.
Le cose migliori: l’arrivo ed i saluti agli amici vecchi e nuovi, l’atmosfera della saletta Modotti, la schiettezza romana di Zoro davanti al “nulla montato a neve”, le varie micro chiacchierate fatte nei pressi dell’ingresso, il talk di Marco Schwarz (non mi ripeterò mai abbastanza) e la mega chiacchierata fatta in macchina al ritorno con Andrea B., Zuck & Co..
Per quanto riguarda la sezione worst thing non ci sono state cose veramente negative, ci sono state cose che non rifarei o farei diversamente come ad esempio assistere ad alcuni talk veramente poco interessanti (dal mio punto di vista) e perdermene altri molto più promettenti.
Il bilancio finale di questo primo BarCamp è positivo per quanto riguarda il lato relazioni interpersonali ma non ha saputo, purtroppo, dare una risposta a quella domanda che mi faccio da un po’ ogni volta che sto per scrivere qualcosa qui o altrove: perchè?
Purtroppo, per quel che ho potutto vedere - senza dubbio altri interventi avranno affrontato diversamente la cosa - i blogger italiani oggi, in gran parte, non tutti, sono un gruppo di persone che si ritrova un mezzo incredibilmente potente fra le mani ed invece di utilizzarlo per fare qualcosa di positivo (cambiare il mondo? Ma non scherziamo…) si titilla, si gingilla si compiace dell’estetica del mezzo in sé. Molti interventi vertevano infatti su temi che riguardavano i blog stessi: come abbellirli, come renderli più fruibili, più affascinanti o su come farli avanzare nelle varie classifiche degli aggregatori. Rare le tracce, anche se presenti, di interventi che spostavano il pallino e dicevano “bene, ora che il mezzo lo abbiamo vogliamo utilizzarlo per portare avanti un progetto importante?”. Purtroppo sembra che questo aspetto sia molto alla periferia delle discussioni mainstream della blogsfera. A tratti a Torino mi è sembrato di trovarmi ad uno di quei raduni di appassionati di Star Treck in cui tutti si aggirano vestiti da capitano Kirk, da Spock oppure da malvagi Klingon.
Niente di male sia ben chiaro, con questo non voglio dire che la blogsfera italiana abbia un problema, semmai sono io che ho un problema con la blogsfera italiana.